Il ruolo strategico delle materie prime critiche
Dal 21 al 23 aprile 2026 si è svolta la V edizione di Duezerocinquezero, il Forum nazionale dedicato a energia e sostenibilità, di cui siamo Partner Tecnico Scientifico e coideatori. Il successo di questo evento rappresenta per WST una grande soddisfazione, confermando l’importanza del confronto sui temi dell’energia e della sostenibilità. Proprio a margine di queste giornate, abbiamo avuto il piacere di intervistare alcuni dei relatori e protagonisti del Forum, per approfondire determinate tematiche. Di seguito la seconda intervista.
Ne parliamo con:
Pietro Pizzolato
Partner – Responsabile del dipartimento Energy & Environmental Law, WST Law & Tax Firm
e
Maria Cristina Squarcialupi
Presidente- Federorafi
Il posizionamento dell’Italia nelle materie prime critiche
Pietro Pizzolato: Qual è secondo lei, in Italia, lo stato dell’arte rispetto alla valorizzazione delle materie prime critiche? Su quali materie prime critiche ha più senso e sarebbe più utile concentrarsi oggi?
Maria Cristina Squarcialupi: Guardare questo tema solo da una prospettiva italiana rischia di essere riduttivo: la sfida delle materie prime critiche è globale. La domanda continuerà a crescere, spinta dalla transizione energetica, dalla digitalizzazione, dall’elettrificazione e dallo sviluppo delle tecnologie. Per questo le materie prime critiche non sono solo un tema tecnico, ma anche industriale, economico e geopolitico: senza un accesso sicuro a queste risorse non ci sono transizione verde, autonomia strategica né competitività manifatturiera.
In Italia la situazione è particolare. Abbiamo una lunga tradizione mineraria, ma oggi disponiamo di poche miniere attive o facilmente sfruttabili: alcuni giacimenti potenziali, come il litio all’Isola d’Elba o il titanio in Liguria, si trovano in aree sottoposte a forti vincoli ambientali. Tra le poche eccezioni significative c’è la miniera di fluorite di Silius, in Sardegna, destinata a tornare in produzione.
Il nostro vero punto di forza, però, non è l’estrazione primaria, bensì l’affinazione e il recupero dei metalli da scarti industriali e rifiuti tecnologici. È proprio nell’affinazione che si concentra il maggiore valore della filiera delle CRM, e l’Italia rappresenta un’eccellenza internazionale: basti pensare che ogni anno si affina nel nostro Paese una quantità di oro paragonabile all’intera produzione del Sudafrica, mentre il distretto orafo di Arezzo è tra i leader mondiali nel recupero dei metalli preziosi. La nostra “miniera”, insomma, è sempre più nei materiali di ritorno.
Per mantenere questo vantaggio serve però un elemento essenziale: energia a costi competitivi. Più che una singola materia prima, è proprio l’energia la risorsa strategica su cui puntare. Quanto alle CRM più importanti, l’Unione europea non stabilisce una graduatoria, ma studi recenti collocano ai primi posti alcuni elementi del gruppo del platino, a conferma della vicinanza di questo tema alle competenze industriali italiane.
Governance e sviluppo della filiera
Pietro Pizzolato: Sono stati fatti passi in avanti secondo lei ultimamente in questo ambito? Cosa vede mancare nelle istituzioni e negli enti competenti?
Maria Cristina Squarcialupi: Qualche passo avanti è stato fatto, soprattutto perché il tema delle materie prime critiche è finalmente entrato nel dibattito politico e industriale. A livello internazionale se ne parla molto più di prima, anche nei grandi consessi economici e geopolitici. Ho apprezzato, per esempio, il discorso del primo ministro canadese Mark Carney a Davos, perché ha affrontato il tema dei minerali strategici come parte integrante della sicurezza economica e della competitività dei Paesi. Nel suo discorso, la parola “minerali” è stata ripetuta ben quattro volte, un record per un politico.
Ci siamo fidati troppo dell’idea che il mercato globale avrebbe sempre garantito tutto ciò di cui avevamo bisogno. Oggi sappiamo che non è così. Le catene di approvvigionamento possono interrompersi, i rapporti commerciali possono diventare strumenti di pressione politica e le interdipendenze economiche possono trasformarsi in vere e proprie armi.
In Italia, in particolare, vedo ancora una preparazione insufficiente. Manca spesso una conoscenza tecnica adeguata, sia nell’interpretazione delle norme sia nella loro applicazione concreta. Manca una preparazione su come si può realizzare una economia circolare sostenibile (e non basata su slogan facili da comprendere ma impossibili da realizzare), sulle pratiche minerarie. Manca anche la capacità di gestire il consenso e il conflitto territoriale (fenomeno NIMBY).
Ogni attività industriale o mineraria incontra resistenze, ma un Paese maturo deve saper distinguere tra tutela dell’ambiente e immobilismo. Altrimenti si finisce per bloccare tutto.
Altrimenti si finisce per bloccare tutto. In sintesi, agli enti competenti mancano tre cose: competenza, coraggio e visione.
Le priorità per il legislatore e le istituzioni
Pietro Pizzolato: Sulla scorta della sua esperienza, e con specifico riferimento alle materie prime legate al mondo dell’oreficeria, cosa potrebbe fare lo Stato per migliorare e agevolare l’accesso alla valorizzazione di tali specifiche materie prime critiche?
Maria Cristina Squarcialupi: Innanzitutto, mi permetto di sottolineare che i metalli preziosi e strategici recuperati nel distretto di Arezzo non provengono soltanto dall’industria orafa, ma contribuiscono a chiudere il ciclo di filiere molto diverse: dall’automotive al farmaceutico, dal petrolchimico all’elettronica, fino ad altri comparti industriali ad alta tecnologia.
La prima cosa che lo Stato dovrebbe fare, quindi, è prendere pienamente coscienza delle potenzialità che già esistono nel nostro Paese. Sarebbe un primo, fondamentale passo avanti. L’Italia possiede competenze straordinarie nell’affinazione, nel recupero e nella valorizzazione di metalli preziosi e strategici, ma questo patrimonio industriale è ancora troppo poco conosciuto e valorizzato anche a livello istituzionale. Eppure, in una fase storica in cui l’accesso alle materie prime è sempre più incerto e condizionato dagli equilibri geopolitici, queste competenze rappresentano un vero asset strategico per il Paese. Il punto, quindi, non è costruire tutto da zero, ma mettere le imprese nelle condizioni di fare meglio e di più ciò che già sanno fare. Servono regole chiare, tempi autorizzativi certi, procedure più snelle e una maggiore capacità di distinguere tra gli adempimenti puramente formali e ciò che genera reale valore industriale, ambientale e strategico.
Oggi, troppo spesso, la complessità burocratica dei processi finisce per prevalere sulla sostanza, rallentando gli investimenti, scoraggiando la crescita e limitando la possibilità di aumentare la capacità di recupero nazionale. Lo Stato dovrebbe quindi riconoscere il ruolo strategico delle imprese che operano nel recupero e nell’affinazione, accompagnandone gli investimenti, favorendo l’innovazione tecnologica e creando condizioni normative e amministrative che consentano di aumentare la capacità di trattamento e recupero sul territorio nazionale.
Possiamo recuperare terreno partendo da ciò che sappiamo già fare molto bene. Ma dobbiamo iniziare oggi, perché sulle materie prime strategiche il tempo è ormai una variabile decisiva.
Competitività e politiche industriali
Pietro Pizzolato: A livello imprenditoriale, anche nel suo specifico settore, che impatto ha l’inerzia del sistema italiano su tali temi? Un sistema efficace e strutturato in tale ambito gioverebbe anche all’economia italiana in generale?
Maria Cristina Squarcialupi: L’inerzia ha un impatto molto concreto. Rallenta gli investimenti, indebolisce la competitività, rende più difficile programmare e rischia di farci perdere opportunità industriali importanti.
Un sistema efficace e strutturato sarebbe certamente utile non solo al settore orafo, ma all’intera economia italiana. Aggiungerei però una parola: competente. Perché senza competenza, anche le migliori strutture restano vuote.
C’è una storia raccontata da Federico Fubini che trovo molto istruttiva. Wan Gang, ingegnere cinese formatosi in Germania e poi assunto in Audi, scrisse al Governo di Pechino sostenendo che la Cina, troppo indietro sulle auto a combustione interna, avrebbe dovuto puntare sull’auto elettrica per superare l’Occidente. Quella lettera fu letta, capita e presa sul serio. Wan Gang fu chiamato in Cina, incaricato di guidare un progetto strategico e, pochi anni dopo, divenne ministro della Scienza e della Tecnologia. È considerato uno degli uomini all’origine del primato cinese nell’auto elettrica.
Fubini osserva giustamente che una storia simile, in Italia, sembra quasi inverosimile. Un outsider che scrive al Governo, viene ascoltato, valorizzato e messo nelle condizioni di guidare una strategia industriale nazionale: da noi appare lunare.
Ecco cosa ci manca: un sistema capace di riconoscere le competenze, ascoltare le idee, decidere e assumersi la responsabilità delle scelte. Serve un sistema efficace, strutturato, competente e coraggioso perché oggi rischiamo molto di più restando fermi che muovendoci.